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Venerdì d’Autore con Helena Janeczek

Un nuovo Venerdì d’Autore!   Venerdì 1 marzo 2019, ore 20:45, in Villa Bassani a Sant’Ambrogio di Valpolicella, Helena Janeczek presenterà il libro “La ragazza con la Leica” (Guanda), vincitore del Premio Strega 2018. Dialogherà con l’autrice Roberta Cattano, Presidente dell’Associazione Botta&Risposta e del Club delle Accanite Lettrici e Accaniti Lettori. L’evento è a cura dell’Associazione Botta&Risposta e del Club delle Accanite Lettrici e Accaniti Lettori con il sostegno di Valpolicella Benaco Banca. Il libro racconta la storia di Gerda Taro e del suo amore con Robert Capa, la vita di una ragazza ribelle vissuta tra la fotografia e le gioie della Parigi degli Anni Trenta. Al termine della presentazione è prevista una degustazione di vini dall’Azienda Agricola Paolo Cottini e un buffet organizzato da La Pasticceria La Dolce Linea e da Le Furezze Biscotteria Gourmet. Sarà possibile inoltre l’acquisto del libro grazie alla Libreria Jolly. L’ingresso è libero su prenotazione. Dato il numero limitato di posti, si consiglia di prenotare con Eventbrite a questo link.      

Venerdì d’Autore con Uberto Tommasi

Venerdì 25 gennaio 2019, ore 20:45, in Villa Bassani a Sant’Ambrogio di Valpolicella, avremo ospite per il Venerdì d’Autore Uberto Tommasi, che presenterà il libro “Il mistero iniziatico di Maria Maddalena”. Dialogheranno con l’autore Debora Botteon e Filiberto Semenzin. Il romanzo riporta alla luce l’eterno conflitto tra i Desposyni, parenti di sangue di Gesù, e la Cattedra di Pietro. Al termine dell’incontro è prevista una degustazione di vini a cura dell’Azienda Agricola Valentina Cubi e un piccolo buffet offerto dalla Biscotteria Gourmet Le Furezze. L’evento è organizzato con il patrocinio del Comune di Verona e del Comune di Sant’Ambrogio di Valpolicella, il sostegno della Valpolicella Benaco Banca e di tutti i nostri amici che ci seguono.

Ripartono le letture al Club delle Accanite Lettrici e Accaniti Lettori

Il Club delle Accanite Lettrici e Accaniti Lettori riprende le sue attività in grande stile! Lunedì 21 gennaio 2019, ore 21:00, alla Biblioteca Comunale di Sant’Ambrogio di Valpolicella, verrà presentato il libro protagonista dei sei incontri di questa nuova edizione: “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek (Guanda), vincitore del Premio Strega 2018. Sarà presente anche il gruppo di Montorio, ormai alla sua seconda edizione nel Club! Il primo incontro è gratuito e aperto a tutti! Per partecipare agli incontri successivi, che si terranno sempre di lunedì, è necessario avere: Tessera associativa (annuale) Iscrizione alla singola edizione Acquisto del libro Le date degli incontri: 21 – 28 Gennaio / 4 – 11 – 18 – 25 Febbraio 2019   Inoltre, venerdì 1 marzo 2019 Helena Janeczek sarà nostra ospite per il Venerdì d’Autore in Villa Bassani. Stay tuned! Per informazioni scrivi a: botta.risposta@gmail.com     Un Rilassati e Leggi! a tutti! Serena Mazzurana

L’incontro con Sara Baume in Valpolicella

Il Venerdì d’Autore del 16 novembre 2018 ha segnato un momento di grande svolta per noi del Club delle Accanite Lettrici e Accaniti lettori e per la crescita della nostra Associazione. Abbiamo infatti ospitato la prima autrice straniera Sara Baume e, per l’occasione, c’era anche la sua traduttrice italiana Ada Arduini. Nell’attesa che l’autrice arrivasse a Villa Brenzoni Bassani, Carlo Boscaini ha raccontato la storia della sua azienda produttrice di ottimi vini che hanno accompagnato poi il momento conviviale a fine serata. Nei nostri incontri, infatti, cerchiamo sempre di tessere un legame con il territorio e le sue eccellenze. Dopo i saluti al pubblico e alle nostre ospiti dal parte del sindaco, Roberto Zorzi, e dell’assessore Evita Zanotti, sono seguiti i ringraziamenti di Roberta Cattano, Presidente dell’Associazione Botta&Risposta e del Club delle Accanite Lettrici e Accaniti Lettori, a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione e buona riuscita della serata e, in particolare, a Valpolicella Benaco Banca. È la voce dell’Accanita Lettrice Sandra che ci fa entrare nell’atmosfera narrativa del romanzo con la lettura dell’incipit. Già dalle prime pagine capiamo che siamo di fronte a una storia che per scelta stilistica, caratterizzazione del personaggio e ricchezza di dettagli è fuori dal comune e sono tante le domande che saltano alla mente, sia nel caso della stesura originale che della traduzione italiana. Il romanzo narra la storia di Ray, un uomo di 57 anni che vive una vita solitaria, e del suo cane, Unocchio – il nome è evocativo – che in qualche modo si scelgono e forse si salvano, intrecciando una storia di amicizia unica e speciale e per certi versi drammatica. Una narrazione così ricca di dettagli, sentita in qualche modo, che ha molto a che fare con l’autrice, o meglio, con le sensazioni narrate da Ray nel corso della vicenda: «Quando ho scritto questa storia mi sentivo proprio nella situazione di Ray, ero stanca e disillusa, un momento difficile del mio passato, ero come qualcuno che aveva bisogno di essere salvata da un altro». Ma ciò che è ben delineato nel protagonista è la sua personalità. Un uomo molto chiuso, introverso, che sembra quasi essere mentalmente instabile ma allo stesso molto eloquente. «Mi hanno chiesto spesso della sua personalità. È un uomo chiuso […] Ray in realtà è semplicemente una persona che ha avuto un passato difficile, quasi plausibile» ha raccontato Sara. La narrazione del romanzo è in seconda persona. L’autrice ha raccontato che in qualche modo è stata una sperimentazione: «Inizialmente l’avevo scritto dal punto di vista del cane, Unocchio. Ma ho poi voluto dare al racconto più credibilità. […] Dovete sapere che io parlo molto con il mio cane, quindi ho capito che era questa la strada giusta, ovvero far parlare Ray con il cane». Anche il titolo evoca molto. «Volevo dare al libro […] il ritmo delle quattro stagioni. Ma mi sembrava in qualche modo troppo facile. Così ho cercato forme lessicali che potessero in qualche modo richiamare alle caratteristiche delle quattro stagioni». La traduzione del titolo, dall’inglese all’italiano, non è stata semplice. Come racconta Ada, infatti: «Nella scelta di questo titolo è racchiusa anche quello che un po’ un traduttore è costretto ad accettare, cioè non può produrre esattamente ciò che viene detto nella lingua originale. […] Quando si lavora con degli editori, in genere non è solo il traduttore che sceglie il titolo ma è anche la casa editrice, perché oltre a rispondere all’autenticità bisogna anche considerare il marketing. Per cui questa scelta è stata collettiva. […] Aveva il vantaggio della stessa lettera riprodotta quattro volte, c’è un richiamo al ritmo del titolo originale». Ada ci ha quindi raccontato il suo approccio al testo che non richiama ad un “modello” di lavoro preciso, in quanto ogni traduttore segue il proprio metro di lavoro. «Non faccio mai un lavoro di studio prima, ho un approccio abbastanza istintivo […] Quindi non ci sono stati filtri, ho letto queste prime pagine e le ho tradotte “all’impronta”, così, velocemente». E rispetto alla scelta del linguaggio: «Più che rispetto alla specie, al genere, ho cercato di scegliere nomi di piante che fossero belli da leggere in italiano, che fossero dei bei nomi comuni, […] che sono parole che hanno un bel suono, che richiamano a qualcosa di popolare e piacevole all’orecchio». Un lavoro che ha visto la collaborazione di molte persone all’interno della Casa Editrice. Collaborazione che si è rafforzata anche grazie all’aiuto di Sara, partecipe e attenta, che ha interagito con Ada durante latraduzione. Sara, però, oltre al suo esordio letterario con fiore frutto foglia fango, è anche autrice di racconti. Inizialmente l’approccio è stato verso le short stories. Fiore frutto foglia fango ha senza dubbio avuto un successo internazionale, tanto da portare alla traduzione sia negli Stati Uniti che in Giappone. Un successo che, in un modo o nell’altro, ha cambiato alcuni aspetti della vita dell’autrice: «Negli ultimi due anni sono andata molto in giro. Mi ha fatto riflettere sull’anno e mezzo in cui lo scrivevo, in cui quello che facevo in realtà era quello che fa Ray. Quindi io la mattina uscivo con il mio cane, andavo in giro in questi posti rocciosi, molto aspri. […] Il successo di questo libro mi ha cambiato la vita. Non a livello quotidiano perché quello che io continuo a fare è questo, uscire con il cane. Certamente ha cambiato un po’ lo stile». E poi… La domanda sulla copertina. Lo stile di fiore frutto foglia fango è in linea con lo stile che è il tratto distintivo di NN Editore (in copertina si trova una N che racchiude un’immagine). Questa, in particolare, è piaciuta molto all’autrice, specialmente per un motivo: «Devo dire che quando me l’hanno fatta vedere avevo un po’ visto che era proprio nello stile della Casa Editrice. Poi mi sono resa conto che il cane assomigliava proprio al mio. Pensavo fosse il mio ma non ricordavo di avergli mai mandato una foto del mio cane così. Però devo dire che gli somiglia moltissimo. […].

Con Pietro Ichino nel cuore della Cantina Albino Armani

Chi ha detto che i Venerdì d’Autore devono essere per forza di venerdì?   Questa volta, infatti, si è svolto di giovedì! Il 4 ottobre 2018, alla Cantina vitivinicola Albino Armani a Marano di Valpolicella, abbiamo avuto il piacere e l’onore di avere il prof. Pietro Ichino che ha presentato il suo esordio in narrativa con il romanzo “La casa nella pineta”, edito da Giunti, dialogando con le Accanite Lettrici Elena Segala e Serena Mazzurana. La conversazione si è svolta nel cuore della cantina accompagnata dal suono della musica in sottofondo, creando così un’atmosfera accogliente e piacevole. Vi raccontiamo questo Venerdì d’Autore partendo da un dettaglio che, a parlar di libri, non passa certo inosservato: la copertina. Elemento che si distingue e che in qualche modo richiama i contenuti del testo: «Gli alberi che si vedono in copertina sono i pini della casa nella pineta, quindi quelli veri» ha spiegato il  professor Pietro Ichino, senza però trascurare un dettaglio fondamentale: essendo un libro autobiografico tutto ciò che viene raccontato è vero, quindi anche la copertina doveva rispondere a questo criterio. Ha poi aggiunto, riferendosi alla quarta di copertina: «[…] c’è un quadro di Soffici che ritrae un capanno […] che era il capanno che la mia famiglia aveva in concessione sulla spiaggia per un privilegio dovuto al fatto che la casa nella pineta è venuta prima del Comune del Forte. […] Quando io avevo credo 5 o 6 anni vidi questo pittore che dal dietro, stranamente perché comunque era dietro le tamerici, riprendeva il capanno e a me sembrava un abuso. […] Ci fu una risata e poi non ricordo se Soffici ce lo regalò o se il nonno volle pagarlo. Ma il quadro è rimasto e l’ho avuto in eredità e allora abbiamo deciso di farlo riprodurre nella quarta di copertina». Tema della copertina caro a noi del Club che ne facciamo sempre un punto di partenza prima di addentrarci tra le pagine di un libro. A quel punto, però, non si poteva non chiedere al Professore di raccontarci le reazioni che hanno avuto i componenti della famiglia alla notizia della stesura del romanzo, voluta in particolar modo dalla figlia maggiore Giulia Ichino: «All’inizio la mia figlia maggiore Giulia mi chiese di scrivere in modo un po’ ordinato tutto un insieme di regole, ma non solo regole, tutto un patrimonio familiare di idee, sulla festa, sul ricevere gli amici. Perché questa era un po’ una caratteristica, una nota dominante della vita della famiglia. Soprattutto al Forte perchè lì c’era questo bene straordinario che è la pineta. Ma anche in città, anche a Milano. Il ricevere gli amici era un qualcosa su cui erano state costruite tante idee, era proprio una cultura dell’accoglienza». Una famiglia borghese che si è sempre caratterizzata per il dono dell’accoglienza, per l’importanza data ad ogni singolo invitato, per le feste, anche a tema, in cui tutti dovevano divertirsi, nessuno escluso. La casa di tutti, in qualche modo: «Poi c’era l’idea che quando si apre la casa è la casa di tutti e bisogna accettare che la casa possa essere messa a soqquadro, possa subire qualche danno. Il nonno Carlo diceva: “non fare il vigile urbano”, quando mi vedeva mobilitato a impedire di fare qualcosa di irregolare». Questi elementi permangono tutt’oggi nell’anima della casa della pineta che tutte le estati ospita delle recite teatrali in cui gli attori protagonisti sono i bambini del vicinato. Un patrimonio quindi culturale ma anche di impatto sociale che andava preservato e trascritto. E se la parola scritta non muore mai, tutti questi valori di cui si è impregnata la casa nella pineta rimarranno anche ai posteri. Leggendo tra le pagine del libro sono molte le figure che hanno contribuito in maniera significativa alla costruzione dei valori che vengono trasmessi nella Famiglia Ichino, dalla nonna Paola al nonno Carlo, dalla mamma Francesca a papà Luciano, da Don Milani a Padre Acchiappati. E ognuno di loro ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione della vita privata, sociale e lavorativa di Pietro Ichino. In particolare nonna Paola, i cui insegnamenti si sono tramandati e che si ritrovano anche nelle scelte che l’autore ha fatto: «Nonna Paola era un personaggio straordinario. […] Negli anni ’20 lei ci ha sempre raccontato questa cosa nei termini di un rifiuto, una chiusura che lei trovava nel modo di essere nella cultura ebraica. Lei ha voluto sbarazzarsi di questo e ha avuto una conversione al Cristianesimo molto forte, robusta sul piano esistenziale. Fece battezzare a 9/11 anni mia madre e mio zio e coltivò un suo Cristianesimo molto impegnativo sul piano morale, non era il tipo che si auto flagellasse, però aveva una vita di una sobrietà straordinaria, pur essendo di fatto la capofamiglia di una famiglia borghese, ricca. […] Diceva sempre: non abbiamo la capacità di capire che cosa deriverà da quello che ci accade […] Ma poi a questa idea ne aggiungeva un’altra che era molto coinvolgente e molto impegnativa, diceva: “tu non puoi sapere che questa cosa accade per il tuo bene o il tuo male, anche perché se sarà per il tuo bene o per il tuo male dipende da te”. Cioè sei tu che devi scavare nella situazione che si è determinata magari in senso negativo e trovare e inventare e rafforzare la parte buona. “Se impari a fare questo, vivrai sempre felice”». Forti sono stati gli insegnamenti anche di Don Milani, che ricordiamo essere un personaggio dal grande impatto sociale che ha contribuito a formare intere generazioni di ragazzi. Del suo esilio a Barbiana ha fatto un punto di forza da cui partire, che il Professore in qualche modo definisce un miracolo: «Barbiana era una punizione tremenda perché era il nulla, non c’era l’acqua, luce, gas, non c’erano i parrocchiani, era sperduta in mezzo alle montagne. Lui arriva lì e dopo due mesi compie questo atto incredibile: compra per due lire i quattro metri quadrati necessari alla tomba nel cimiterino accanto alla pieve. Perché lui decide che Barbiana non è una

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