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Con Pietro Ichino nel cuore della Cantina Albino Armani

Chi ha detto che i Venerdì d’Autore devono essere per forza di venerdì?   Questa volta, infatti, si è svolto di giovedì! Il 4 ottobre 2018, alla Cantina vitivinicola Albino Armani a Marano di Valpolicella, abbiamo avuto il piacere e l’onore di avere il prof. Pietro Ichino che ha presentato il suo esordio in narrativa con il romanzo “La casa nella pineta”, edito da Giunti, dialogando con le Accanite Lettrici Elena Segala e Serena Mazzurana. La conversazione si è svolta nel cuore della cantina accompagnata dal suono della musica in sottofondo, creando così un’atmosfera accogliente e piacevole. Vi raccontiamo questo Venerdì d’Autore partendo da un dettaglio che, a parlar di libri, non passa certo inosservato: la copertina. Elemento che si distingue e che in qualche modo richiama i contenuti del testo: «Gli alberi che si vedono in copertina sono i pini della casa nella pineta, quindi quelli veri» ha spiegato il  professor Pietro Ichino, senza però trascurare un dettaglio fondamentale: essendo un libro autobiografico tutto ciò che viene raccontato è vero, quindi anche la copertina doveva rispondere a questo criterio. Ha poi aggiunto, riferendosi alla quarta di copertina: «[…] c’è un quadro di Soffici che ritrae un capanno […] che era il capanno che la mia famiglia aveva in concessione sulla spiaggia per un privilegio dovuto al fatto che la casa nella pineta è venuta prima del Comune del Forte. […] Quando io avevo credo 5 o 6 anni vidi questo pittore che dal dietro, stranamente perché comunque era dietro le tamerici, riprendeva il capanno e a me sembrava un abuso. […] Ci fu una risata e poi non ricordo se Soffici ce lo regalò o se il nonno volle pagarlo. Ma il quadro è rimasto e l’ho avuto in eredità e allora abbiamo deciso di farlo riprodurre nella quarta di copertina». Tema della copertina caro a noi del Club che ne facciamo sempre un punto di partenza prima di addentrarci tra le pagine di un libro. A quel punto, però, non si poteva non chiedere al Professore di raccontarci le reazioni che hanno avuto i componenti della famiglia alla notizia della stesura del romanzo, voluta in particolar modo dalla figlia maggiore Giulia Ichino: «All’inizio la mia figlia maggiore Giulia mi chiese di scrivere in modo un po’ ordinato tutto un insieme di regole, ma non solo regole, tutto un patrimonio familiare di idee, sulla festa, sul ricevere gli amici. Perché questa era un po’ una caratteristica, una nota dominante della vita della famiglia. Soprattutto al Forte perchè lì c’era questo bene straordinario che è la pineta. Ma anche in città, anche a Milano. Il ricevere gli amici era un qualcosa su cui erano state costruite tante idee, era proprio una cultura dell’accoglienza». Una famiglia borghese che si è sempre caratterizzata per il dono dell’accoglienza, per l’importanza data ad ogni singolo invitato, per le feste, anche a tema, in cui tutti dovevano divertirsi, nessuno escluso. La casa di tutti, in qualche modo: «Poi c’era l’idea che quando si apre la casa è la casa di tutti e bisogna accettare che la casa possa essere messa a soqquadro, possa subire qualche danno. Il nonno Carlo diceva: “non fare il vigile urbano”, quando mi vedeva mobilitato a impedire di fare qualcosa di irregolare». Questi elementi permangono tutt’oggi nell’anima della casa della pineta che tutte le estati ospita delle recite teatrali in cui gli attori protagonisti sono i bambini del vicinato. Un patrimonio quindi culturale ma anche di impatto sociale che andava preservato e trascritto. E se la parola scritta non muore mai, tutti questi valori di cui si è impregnata la casa nella pineta rimarranno anche ai posteri. Leggendo tra le pagine del libro sono molte le figure che hanno contribuito in maniera significativa alla costruzione dei valori che vengono trasmessi nella Famiglia Ichino, dalla nonna Paola al nonno Carlo, dalla mamma Francesca a papà Luciano, da Don Milani a Padre Acchiappati. E ognuno di loro ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione della vita privata, sociale e lavorativa di Pietro Ichino. In particolare nonna Paola, i cui insegnamenti si sono tramandati e che si ritrovano anche nelle scelte che l’autore ha fatto: «Nonna Paola era un personaggio straordinario. […] Negli anni ’20 lei ci ha sempre raccontato questa cosa nei termini di un rifiuto, una chiusura che lei trovava nel modo di essere nella cultura ebraica. Lei ha voluto sbarazzarsi di questo e ha avuto una conversione al Cristianesimo molto forte, robusta sul piano esistenziale. Fece battezzare a 9/11 anni mia madre e mio zio e coltivò un suo Cristianesimo molto impegnativo sul piano morale, non era il tipo che si auto flagellasse, però aveva una vita di una sobrietà straordinaria, pur essendo di fatto la capofamiglia di una famiglia borghese, ricca. […] Diceva sempre: non abbiamo la capacità di capire che cosa deriverà da quello che ci accade […] Ma poi a questa idea ne aggiungeva un’altra che era molto coinvolgente e molto impegnativa, diceva: “tu non puoi sapere che questa cosa accade per il tuo bene o il tuo male, anche perché se sarà per il tuo bene o per il tuo male dipende da te”. Cioè sei tu che devi scavare nella situazione che si è determinata magari in senso negativo e trovare e inventare e rafforzare la parte buona. “Se impari a fare questo, vivrai sempre felice”». Forti sono stati gli insegnamenti anche di Don Milani, che ricordiamo essere un personaggio dal grande impatto sociale che ha contribuito a formare intere generazioni di ragazzi. Del suo esilio a Barbiana ha fatto un punto di forza da cui partire, che il Professore in qualche modo definisce un miracolo: «Barbiana era una punizione tremenda perché era il nulla, non c’era l’acqua, luce, gas, non c’erano i parrocchiani, era sperduta in mezzo alle montagne. Lui arriva lì e dopo due mesi compie questo atto incredibile: compra per due lire i quattro metri quadrati necessari alla tomba nel cimiterino accanto alla pieve. Perché lui decide che Barbiana non è una